FOCUS GENOA: Grifone quasi Fenice. Quasi.

La partita disputata ieri dal Genoa era una partita in cui il risultato poteva anche passare in secondo piano. Senza storcere il naso, perché una frase di questo tipo nel mondo del calcio può essere tranquillamente definita sacrilega, addetti ai lavori e tifosi erano a conoscenza del periodo dell’una e dell’altra squadra. Si chiedevano risposte e invece Juric si dovrà porre ulteriori quesiti, ci si aspettavano inversioni e invece si marcia sulla stessa frequenza, senza la voglia di dare lo strappo, senza uno slancio vero.

A Roma Juric schiera sette undicesimi della squadra titolare a Cagliari, sia a causa di una rosa che al momento è molto corta ma anche per voler dare a quei giocatori una chance, dimostrando a loro stessi e ai tifosi che le ultime prestazioni sono state solo il culmine di una serie di partite storte, per giunta a ridosso della sosta invernale. Avanti con lo stesso 3-4-2-1 ma con Orban per Izzo, senza Cataldi la cui assenza può essere interpretata come un accordo preventivo tra le due squadre, con il grande ex Pandev e Pinilla. Fiducia ai più criticati: CofieLaxalt e Ocampos. Se da una parte la Lazio è superiore sia per tecnica che per morale, ci si aspetta che il Genoa mostri i muscoli, la rabbia, gli artigli e la fierezza del Grifone. 
I primi trenta minuti della gara fanno riaffiorare i fantasmi sardi. Lombardi quando non viene raddoppiato lascia costantemente sul posto OrbanCofie dimostra ancora le sue incertezze in una zona di campo che meriterebbe attenzioni paterne. Il collante tra reparto difensivo e centrocampo, la cosiddetta cerniera, la gabbia che dovrebbe chiudere in una morsa i giocatori offensivi della Lazio non si vede praticamente mai, ma questo lo si ripete da due partite. E Anderson e Lombardi, come già accennato, ci vanno a nozze. L’azione del vantaggio laziale è l’istantanea del momento no dei rossoblù: difesa completamente schierata sorpresa goffamente da tre passaggi rapidi. Lo stesso Juric si girerà verso la panchina quasi rassegnato. Orban al minuto 28 frana rovinosamente su Djordjevic  causando il rigore che verrà parato da Lamanna. Preludio del raddoppio laziale, quando a Hoedt, non proprio il tiratore scelto di Inzaghi, viene lasciato inspiegabilmente il tempo di stoppare, caricare e tirare una staffilata da 25 metri.
Ma poi come spesso accade nel calcio basta poco per risollevarsi ed il Grifone sembra  trasformarsi in Fenice. Cofie vince uno dei pochi contrasti dell’incontro, forse l’unico, e permette a Pandev di partire in contropiede per poi servire Pinilla che mette all’incrocio un bel sinistro morbido. Prima della fine del secondo tempo Munoz mostra i muscoli su Lukaku e permette la seconda ripartenza genoana che manda in rete il suo attaccante macedone. In 5 minuti il Genoa mostra ciò che potrebbe essere ma non può o meglio non riesce: una squadra in grado di lottare su ogni pallone, con spirito di sacrificio e dedizione, con voglia e tenacia. 
La seconda frazione si apre bene per gli ospiti. La squadra è finalmente corta, la lezione del primo tempo sembra aver funzionato e addirittura viene sfiorato il vantaggio con un missile da fuori di Ocamposche si stampa sul palo. L’unico squillo di un giocatore evanescente, da recuperare assolutamente. 
Ma il Genoa è condannato dai suoi errori e così da un rinvio sbagliato di Orban nasce il gol di Milinkovic-Savic, e da un errore da matita rossa del solito Cofie, il quarto, quello di Ciro Immobile.
Ancora una volta è inspiegabile il perché di queste amnesie. Ancora una volta molti singoli si rivelano dei flop e la forza collettiva di un gruppo, che tanto bene stava facendo a inizio stagione, si schianta contro un muro che egli stesso ha contribuito a costruire, quello della sfiducia in sé stesso. Ritrovare il cuore e lo spirito combattente, la grinta e la voglia rialzarsi. Difficilmente il campionato potrà riservare delle sorprese, ma attento Grifone: rendi onore alla tua storia, rendi onore alla tua maglia.

a cura di Stefano Mangione

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